Educare gli Educatori (quelli veri)

Il triangolo della formazione

La professione di Educatore molto ha a che vedere con i confini. Confini emotivi, corporei, cognitivi. Ci sono contenuti emotivi (la rabbia, il dolore, la paura), contenuti corporei (subire una aggressione, consolare con un buffetto sul viso), e cognitivi (basti pensare al sistema di riferimento di individui che appartengono ad una cultura differente, con tutto ciò che significa).

Non ho mai creduto a quelli che asseriscono di organizzare la propria esperienza in compartimenti stagni. Penso che il fluire di pensieri, emozioni ed energia, tra l’ambito professionale e quello personale sia non solo inevitabile ma anche auspicabile, in un’ottica di integrazione.

Nel caso della professione di Educatore (e quindi mi rivolgo a chi tratta questo ruolo con dignità, non a psicologi frustrati o a sorveglianti notturni il cui unico interesse e’ che si risolva tutto al più presto per poi farsi una bella dormita), una delle condizioni essenziali per svolgere con competenza e serietà il lavoro e’ a mio avviso….lasciarsi attraversare.  Non essere refrattario all’esperienza che arriva, a prescindere dal fatto che possa essere spiacevole. Pare una banalità, ma in campo educativo ho conosciuto molti educatori che resistono al vissuto di disagio davanti a certe esperienze, costruendo muri, cognitivi, pieni di sani principi e di belle parole ma che hanno l’unico scopo, piuttosto evidente, di proteggersi dall’esperienza.

E’ evidente che se mi lascerò attraversare dai vissuti questi potranno cambiarmi, indurmi a scoprire cose su di me, sui miei copioni, sulla mia sfera personale. Cose che potrebbero non piacermi, cose sulle quali potrei trovarmi a dover lavorare, con un percorso di crescita dedicato. Questo è, della professione, il punto nevralgico, la condizione che molti non accettano, ritenendo che si possa essere Educatori comunque, anche se non disposti a mettersi in discussione. Ovviamente non sono affatto d’accordo con questa linea di pensiero. Il valore aggiunto di questa professione, per me, è stato proprio che mi ha stimolata a scrutare dentro i miei cassetti (emotivi e cognitivi) per tirare fuori temi che diversamente, forse, non avrei mai avuto l’occasione di toccare.

Tuttavia ci sono anche molte cose, intorno a questa professione, che mi risultano oscure.

Non mi è affatto chiaro, per esempio, come sia possibile che per questa professione, che porta a contatto le persone con forti situazioni di disagio in tutte le fasce d’età, non sia richiesto e previsto un training esperienziale. Percorsi di crescita,  ad esempio, di gruppo e individuale.  Il comportamento di una insegnante che percuote un bimbetto capriccioso è deplorevole almeno quanto un educatore che se la prenda con qualcuno in posizione di fragilità (minore, disabile o alcolista che sia),  ma non credo che sia tutto risolvibile piazzando telecamere a destra e manca (anche se una videosorveglianza in certi posti avrebbe se non altro l’esito di farli chiudere immediatamente).

Sarebbe tanto più facile, e avrebbe un valore altamente preventivo, includere nella formazione di coloro che hanno a che fare vivamente con la relazione (educatori ed insegnanti in primis) l’obbligatorietà di un lavoro su di sè. Tanto, diciamocelo, tra corsi ed esami gli insegnanti spendono già davvero tanto, in termini economici e di tempo, senza avere nemmeno la certezza poi di un collocamento lavorativo in piena regola. Forse sarebbe meglio ottimizzare queste spese con qualcosa di veramente UTILE, e davvero FORMATIVO: l’educazione alle emozioni, la consapevolezza di sé. E poi così ci sarebbe anche più lavoro per gli psicologi, che quindi smetterebbero di prendere il mestiere di Educatore come ripiego per le loro aspirazioni frustrate.

E gli Educatori ? Bhè, con tutto il rispetto per i percorsi accademici in Italia (ne ho conclusi diversi, pertanto li conosco abbastanza da non permettermi di denigrarli), la formazione pratica è un’altra cosa. Come Educatore, formatore e selezionatore ho conosciuto Educatori con una gran motivazione e il coraggio di affrontare i vissuti emotivi che scaturivano dall’avere a che fare con casi più o meno problematici. Desiderosi di imparare, capire, fare meglio, nonostante la pancia dicesse loro “Aiuto” e la testa “Scappa!”. Ma questi professionisti meritano attenzione e una risposta concreta.

Tutti i contenuti didattici offerti dal corso di studi sono mattoni indispensabili a costruire la competenza formale, ma per essere pronti alla professione, e possibilmente sopravviverle, è bene poter apprendere tutta una serie di competenze non formali che ha a che fare con la relazione vissuta, apprendere la relazione ATTRAVERSO la relazione.

Questo ci eviterebbe telecamere per arginare certi soprusi quando ormai si sono già compiuti e stuoli di Educatori in burnout.